Il problema è che tendiamo a definire l'individuo in base a una precisa coordinata temporale (il concepimento, i tre mesi, la nascita, etc), perché il tempo è un dato oggettivo, e di conseguenza indipendente dalla nostra morale. Questa oggettività ci dà l'illusione di imparzialità e universalità, concetti che poi fanno da base per l'etica e la morale.
La verità è che non c'è niente di oggettivo. La singolarità del DNA di per sé non ha un valore intrinseco. Lo assume nel momento in cui associamo il codice genetico all'individuo formato, che quindi avrà bisogni, scopi, impulsi e via dicendo. È illusorio anche l'idea secondo cui l'inizio di vita coincida col concepimento. Lo spermatozoo contiene metà del codice genetico dell'individuo, spartito secondo meiosi. Si può dire che ogni spermatozoo è potenzialmente unico, e salvo partenogenesi si tratta di una fase vitale anteriore al concepimento. Idem per il gamete femminile. Quindi se in fin dei conti ogni coordinata nel tempo si riduce a una convenzione sociale, cosa definisce l'origine dell'individuo? Di nuovo, è soggettivo. Per me è tutto l'arco che va dal rapporto sessuale consenziente alla ventunesima settimana dal concepimento. Però è una sequenza di eventi che deve includere prospettiva, consapevolezza e intenzionalità della madre (in altre parole lo status di individuo può venir meno in base a tutte le casistiche che ti hanno segnalato nel topic). Perché la facoltà va proprio alla madre? perché per quanto ipoteticamente irresponsabile (e al 99,9% dei casi non è questo il caso) è a sua volta l'individuo che dal punto di vista biologico si sovrappone di più al nascituro, con inevitabili conseguenze psicologiche, fisiche, sociali...
tl;dr: è la cipolla, che ha un genoma 5 volte più esteso di quello umano.